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Crisis Communication: l’esempio di successo di Domino’s

È il 2016 e i numeri parlano chiaro: Domino’s supera Google sul mercato azionario per valore di ogni singola azione e rendimento per gli investitori.

Semplice fortuna? No!

Dal 2010 ad oggi, il secondo brand al mondo di pizza a domicilio ha fatto grossi passi avanti, da una pizza dal sapore “di cartone” fino a diventare uno dei prodotti più consumati al mondo: ordine online e consegna a domicilio nel più breve tempo possibile come punti di forza.

Una crisis communication iniziata con l’ammissione dei propri errori è finita per diventare il moto di differenziazione di Domino’s.

Domino’s e Google a confronto sul mercato azionario: un risultato inaspettato

domino's crisis communication

Due brand diversi e di settori non esattamente concorrenti, ma che fanno della componente tecnologia un punto di forza: una risiede in Silicon Valley ed è il motore di ricerca più conosciuto ed utilizzato al mondo, l’altra, invece, è del settore food, ma metà dei suoi impiegati lavora per migliorare la customer experience in ambito ordini e consegna per rendere il tutto tecnologicamente avanzato.

Una è Google, l’altra è Domino’s, non più Domino’s Pizza dopo l’introduzione di un menù variegato oltre la pizza.

Perché li mettiamo a confronto? Perché il 2016 ha segnato un risultato unico nel suo genere: le azioni di Domino’s hanno portato agli investitori un ritorno del 2.400%, a differenza di quelle di Google che hanno registrato solo un 1.554%, permettendo così un sorpasso proporzionalmente inaspettato della catena di fast food al king della tecnologia.

Andando nel profondo, comunque, Google non se la cava male con una capitalizzazione di oltre 500 miliardi a confronto degli 8 miliardi di Domino’s.

Quello che è davvero da evidenziare, è la crescita che dal 2010 ha registrato la catena di pizzerie, eletta tra i primi cinque eCommerce al mondo e con un fatturato che ha raggiunto 2,3 miliardi e ricavi per circa 200 milioni.

Il segreto di Domino’s è stato differenziarsi come il fast food della pizza e non come pizzeria napoletana, puntando quindi tutto sulla velocità, un po’ come fu per gli hamburger di McDonald’s: ordine e consegna, una scelta che ha ripagato in soli sei anni di crescita e dall’avvento di Doyle, CEO della compagnia.

Domino’s: il fast food della pizza, ordine smart e consegna rapida

domino's crisis communication

Differenziarsi è tutto per chi si lancia nel settore del food, soprattutto se il piatto preso in considerazione è la pizza, il cibo più conosciuto, mangiato, giudicato al mondo.

Proprio sul fare la differenza punta tutto Domino’s imponendosi nel mercato come fast food della pizza e quindi facendo della consegna a domicilio e del sistema di ordine customer friendly il suo punto di forza.

Tutto iniziò con la creazione di una macchina DXP pensata per le consegne a domicilio, cool e colorata: una monoposto per il trasporto di fino ad 80 pizze, mantenute al caldo e fragranti per il cliente che le ha ordinate, per poi passare agli ordini via emoji e alle consegne con i droni.

L’ordine via emoji è il secondo passo, preceduto dalla possibilità di ordinazione via app o con un tweet. Per ordinare 2.0 basterà preimpostare un proprio profilo all’interno della community della pizza, che verrà rispettato nel momento in cui si chiederà una consegna a domicilio attraverso l’emoticon della pizza; nulla vieterà di variare il proprio ordine, basterà farlo aggiungendo qualche parola in più e abbandonando per quella volta l’immagine.

La consegna via drone è un’opzione possibile se abiti in Nuova Zelanda, almeno per ora, e non cambierà nulla che riceverla a bordo di un pizza pony, solo che viaggerà in aria e non via terra e che atterrerà nel bel mezzo del cortile; il pizza robot è in via di lavorazione.

Ma il successo di Domino’s è dovuto solo alla sua differenziazione? Non solo, il punto di partenza è stato sicuramente quello di ammettere che il sapore della pizza non fosse esattamete gradevole e migliorare, quindi, ingredienti e sapori, accompagnando il tutto ad un restyling dei punti vendita, veri e propri luoghi in cui il cliente può vedere dal vivo come viene prodotta la sua pizza, immergendosi in un clima gioviale ed ospitale. composto da uno staff motivato e professionale. Insomma un’esperienza unica che ha aperto le porte al colosso mondiale allo sbarco in Italia.

Crisis Communication: chi ce l’ha fatta e chi no

domino's crisis communication

I social media si sono trasformati contemporaneamente in opportunità e minacce per le aziende, in particolare con riferimento alla relazione con utenti e clienti, liberi di dire quello che vogliono e quando vogliono, trasformando un piccolo errore in un vero e proprio caso di Crisis Communication.

Anche Domino’s è stata protagonista di un caso di Crisis Communication, quando i suoi clienti hanno iniziato a definire la sua pizza come un cartonato dal sapore di mozzarella e pomodoro. Patrick Doyle, però, non si è perso d’animo e, anzi, ha dato spazio ai suoi interlocutori, ascoltando le loro opinioni e realizzando così un prodotto nuovo e gustoso, tra i più mangiati al mondo.

Tre esempi della nostra storia recente ci dimostrano che da una crisi, anche internazionale, si può uscire grazie ad un’elevata reattività ed onestà e che “scaricare” le responsabilità non ripaga, mai.

Partiamo da chi ne è uscito felicemente citando il caso ENI e Moncler, brand internazionali che si sono trovati al centro di veri e propri scandali legati al loro business, ma che hanno salvato le penne grazie ad un team anti crisi pronto e a dare risposte che hanno tranquillizzato l’utente.

Nel primo caso è scesa in campo la Social TV, un servizio di Report sulla petrolificazione dei fondali da parte di ENI aggiunto al profilo Twitter delle controparti ha prodotto una lunga discussione, in cui ENI è stata più presente e reattiva, tanto da smentire le accuse mosse dalla trasmissione nei suoi confronti, con il risultato di portare in salvo la brand reputation aziendale.

Moncler – sempre protagonista di un servizio della trasmissione TV – è stata accusata di maltrattamento agli animali e delocalizzazione produttiva. Il brand si è dimostrato pronto a contrastare l’attacco pubblicando documenti ufficiali e coinvolgendo gli utenti su ogni mezzo di comunicazione a loro disposizione, facendo, quindi, della sinergia comunicativa il punto di forza.

Per Melegatti, invece, la situazione non si è risolta in modo ottimale, anzi: da una gaffe social ad un caso di omofobia il passo è stato rapido, ancor di più quando Melegatti ha cancellato il post e accusato la sua agenzia di comunicazione dell’accaduto. La lezione? Chiedere scusa in primis e prendersi le proprie responsabilità ripaga sempre.

Quello che abbiamo imparato? Puntare sui punti di forza e prendersi le proprie responsabilità ti porta a raggiungere obiettivi prima impensabili, anche se non sei Domino’s.

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Kanèsis, dalla canapa alla bioplastica in una startup

Sicilia, Kanèsis nasce dall’idea di due studenti universitari che hanno creduto nel green della canapa, non solo per il suo colore tipico, ma per le proprietà materiche che la pianta assume una volta trattata a dovere, trasformandosi, così, nella bioplastica del domani.

Diversi esperimenti hanno portato alla creazione della Hempbioplastic, la maggior concorrente dell’attuale PLA, da subito impiegata nella stampa 3D per la creazione di un nuovo modello di occhiali che l’hanno portata al successo su Kickstarter.

Ma i progetti di Kanèsis non finiscono qui: per il futuro l’idea è quella di lavorare per il miglioramento della bioplastica, potendo quindi esportarne l’applicazione in settori come quello dell’abbigliamento e dell’automotive.

Kanèsis, storia di un amore siciliano

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Kanèsis, un nome un perché, quello che Giovanni e Andrea hanno scelto per la loro startup, un brand che riuscisse a passare subito il concetto alla base del progetto: canapa per il movimento, l’unione delle parole canapa e kinesis, una combinazione efficace per ritornare a dare importanza alle materie prime naturali e ridare vita al binomio industria ed economia.

I settori di applicazione di Kanèsis sono i più diversi, dall’agritech al packaging.

Plastica ecosostenibile Made in Italy, è questo il business che Kanèsis sta portando avanti dalla Sicilia al mondo dell’innovazione, grazie a una fibra generata dagli scarti agricoli di lavorazione in grado di portare del green anche nel mondo del PET. L’Hempbioplastic è composta da canapa, per la maggior parte, unita ad altri scarti vegetali, il tutto concentrato in un filamento indirizzato alla stampa 3D.

Ma i sogni di Kanèsis non si fermano qui, l’idea è quella di lanciarsi anche in altri mercati per la creazione di materie prime ecosostenibili come materiali combustibili, biocarburanti e produzione di energia, oltre che nel mercato alimentare per sostituire il PET con la plastica green.

Il primo passo? Su Kickstarter, una raccolta di investimenti per iniziare a crescere nel mercato, attraverso la vendita di occhiali da sole e macchina fotografica stampati in 3D e made of Hempbioplastic.

Hempbioplastic e le altre bioplastiche green

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L’obiettivo di Hembioplastic è quello di rivoluzionare il mondo delle bioplastiche già presenti sul mercato e legate, nella maggior parte dei casi, alla trasformazione del mais, come le tanto discusse borse della spesa biodegradabili.

Con la nuova bioplastica di Kanèsis l’innovazione riguarda soprattutto le migliori proprietà che permettono di paragonarla, per resistenza e trazione, ai più conosciuti derivati del petrolio, ma con una caratteristica in più: un tono di marrone che ricorda le venature del legno.

Anche gli impieghi sono i più diversi soprattutto grazie al fatto che potrebbe essere impiegata in ogni trasformazione industriale che oggi utilizza derivati del petrolio senza cambi sostanziali né nei macchinari né nelle lavorazioni. Insomma bel vantaggio, una plastica green e fin da subito utilizzabile.

Oggi Hempbioplastic è a disposizione in filamenti, soprattutto destinati alla stampa 3D, ma Kanèsis sta già stringendo accordi per realizzare dei granuli utilizzabili in qualsiasi azienda impegnata nello stampaggio di materie plastiche.

Guardando, però, al mondo della bioplastica, il maggior competitor sul mercato è il PLA (acido poliattico), materia prima derivante da mais, grano o barbabietola, che porta con sé la caratteristica di essere 100% compostabile una volta utilizzata – per intenderci come i sacchetti del supermercato dopo l’introduzione delle nuove buste dal 2011.

Stampa 3D, il design è fatto di innovazione, anche nei materiali

stampa 3d con bioplastica

Se il materiale è inovativo come la Hempbioplastic, anche la sua applicazione deve essere tale, ecco perchè Kanèsis parte dalla creazione di un filamento adatto per la stampa 3D, con il quale lancia su Kickstarter il primo paio di occhiali realizzati interamente – ad eccezioni di due vitine metalliche – in bioplastica a base di canapa, e la prima macchina fotografica realizzata dall’unione di materiali naturali come canapa, cocco e bambù.

Ma Kanèsis non è l’unica a sperimentarsi nel settore, Biome3D è la bioplastica a base di amidi vegetali lanciata da Biome Bioplastics e, anche questa, protagonista della stampa 3D grazie alle proprietà che caratterizzano queste plastiche green: più semplici da lavorare, eco, sicure ed inodore che elevano, quindi, le prestazioni della stampa 3D.

Kanèsis è l’esempio concreto di come ci sia ancora tanto da fare per rendere l’economia più ecosostenibile, ma che una volta iniziato un percorso le applicazioni possono rivelarsi infinite.

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Il digitale salverà il mondo, del negozio

Contro ogni aspettativa l’e-commerce non sembra diventare l’unica via per fare shopping, più del 50% dei consumatori preferisce ancora il vecchio e caro negozio fisico, un luogo dove potersi recare personalmente e toccare con mano ciò che andrà ad acquistare.
Certo è che la bottega di paese non è più sufficiente, il negozio deve trasformarsi in un moderno retail nel quale il cliente possa, oltre che comprare il suo prodotto preferito, vivere un’esperienza d’acquisto indimenticabile che valga di più del bene in sé. Ecco che entrano in gioco le nuove tecnologie in-store ed online come app e social network utili a creare e mantenere la relazione con il cliente, anche fuori dalle porte del negozio, oltre che mettere a disposizione un vero e proprio assistente virtuale che possa dare informazioni e consigli durante il percorso di acquisto.

Insomma, nel futuro, fare shopping sarà ancora possibile, basterà solo avere con sé il proprio smartphone per riuscire a trovare tutte le informazioni utili e vivere un’esperienza unica acquistando il prodotto perfetto!

Big data, la strada verso un’esperienza d’acquisto personalizzata

Se da una parte le app e i social sono utili al consumatore per individuare disponibilità di prodotti in-store e ottenere tutte le informazioni ricercate, dall’altra parte rappresentano, per il retail, la vera miniera d’oro di Big Data, dati cioè riguardanti i loro clienti che gli permetteranno di creare offerte e esperienze di acquisto totalmente customizzate sul target di riferimento.

Iniziamo mettendoci nei panni del cliente e come per lui il digitale possa rappresentare una svolta nella sua customer-journey con particolare riferimento alla possibilità che le nuove tecnologie possano guidarlo verso un negozio a colpo sicuro: cerco su internet, sulla app, sui social il punto vendita più vicino a me che abbia tra le disponibilità a scaffale il prodotto che più desidero. Così facendo il consumatore capiterà nel negozio e a colpo sicuro comprerà ciò che gli serve senza perdite di tempo ulteriori trasformando, nella sua mente, il negozio in un punto di riferimento non solo per il prodotto venduto, ma anche per l’affidabilità dimostrata.

Un consumatore contento non si tirerà indietro al momento di dover lasciare i suoi dati personali per ricevere sconti o promozioni o ottenere una carta fedeltà perchè avrà capito che essere registrati gli porterà vantaggi, anche economici. Il negozio, così, potrà creare la sua prima raccolta di Big Data, un database in grado di tracciare tutti i clienti e comporre, per ognuno di loro, offerte customizzate e super personalizzate: intercettare il target giusto, al momento giusto e con la giusta offerta.
Ovviamente la tecnologia è alla base del processo corretto di raccolta ed elaborazione dei dati vedi programmi di targettizzazione degli utenti, creazione della comunicazione efficace e mappatura dei comportamenti di acquisto dei clienti.

Insomma, il per il futuro del retail le previsioni mostrano offerte dedicate in grado di soddisfare l’esperienza d’acquisto del cliente rendendolo fidelizzato al brand.

Le 4 verità sul Social Media Marketing per i retail

Essere un negozio 2.0 significa non lasciare nulla al caso, né il punto vendita fisico né la presenza online, soprattutto se i social media e internet vengono in aiuto per incrementare le vendite e far vivere al cliente l’esperienza unica d’acquisto che sta cercando.

Ma iniziamo a presentare le 4 verità che fanno del digitale la vera interconnessione tra negozi digitali e shop online.

  1. Trovare le informazioni online spinge il consumatore al negozio fisico, se un cliente trova ciò che cerca online soprattutto in riferimento a: informazioni di prodotto, disponibilità e contatti del negozio, allora andrà fisicamente a fare shopping nel punto vendita
  2. Spazio ai Local Inventory ads, annunci geolocalizzati per mostrare la disponibilità di prodotto nello store più vicino spingono i clienti ad uscire di casa e andare a colpo sicuro nel negozio di interesse
  3. Le ricerche in-store si fanno con l’online, il 42% degli acquirenti cerca sul web le informazioni di prodotto mentre si trova nel negozio. Ecco che nascono le app di brand come quella di Sephora per un assistente virtuale onniscente
  4. Un’esperienza personalizzata prima di tutto, un cliente vorrebbe che il suo brand preferito lo riconosca e pensi per lui offerte personalizzate, dal coupon sconto alla consegna gratuita a domicilio

Infine, poi, per rendere un negozio tecnologicamente avanzato, esistono degli strumenti come QR code, wi-fi gratuito ed etichette parlanti in grado di permettere al cliente di immergersi, attraverso il suo smartphone, tra gli scaffali del punto vendita.

Marketing Esperienziale, da dove siamo partiti

Far vivere un’esperienza d’acquisto unica ed emozionale che trasformi il customer journey nella vera motivazione d’acquisto è diventato così rilevante da farne una nuova forma di marketing: il marketing esperienziale. Con questa forma di marketing, infatti, il brand punta a coinvolgere il consumatore a tutto tondo facendogli vivere delle esperienze che permangano all’interno della sua mente trasformando il brand in un top of mind.

In particolare 5 sono gli ambiti presi in considerazione quando si vogliono scatenare i sensi del cliente: prima di tutto il sense ossia prendere il consumatore per i 5 sensi (vista, udito, tatto, olfatto, gusto) come Illy che partendo dall’olfatto ha studiato una miscela di caffè che rimanga nei ricordi del cliente; poi troviamo il feel, le emozioni di un consumatore soddisfatto; l’act per spingere la controparte ad agire ed interagire; infine, il marketing del relate in cui il brand diventa stile di vita, basti pensare ad Harley Davidson.

Per citare alcuni casi di marketing esperienziale di successo possiamo pensare a Sprite, con la sua doccia a forma di erogatore alla spina brandizzato che è rimasto nella mente del consumatore per moltissimo tempo, oppure Sephora che, se ti registri diventando un cliente tesserato, ti permette di accedere ad un monitor touch screen dove creare il tuo assistente virtuale che ti segua per uno shopping sempre più tuo.

Insomma niente paura per i negozi, il segreto è portare dalla propria le tecnologie digitali!

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Frasi da startup: il tuo gergo spiega davvero ciò che fai?

Dimmi come parli e ti dirò che imprenditore sei. Lo startupper, infatti, oltre a lavorare in un’azienda neo costituita nell’ambito web e tech, si riconosce soprattutto per le tipiche frasi da startup, con termini pressoché intraducibili, ma molto specifici.

L’attenzione verso questa nuova classe imprenditoriale e verso i suoi modi di dire è sempre crescente in Italia, anche a causa del continuo sviluppo del settore startup e dei trend positivi per il 2016. Il vero rischio diventa perciò quello di non essere in grado di spiegare in modo semplice e diretto quale sia la tua idea di business o, dall’altra parte della comunicazione, di non comprendere termini eccessivamente tecnici e formali, o ancor peggio di utilizzarli a sproposito.

Ogni startupper dovrebbe ricordare che non esistono solo gli investitori, ma anche le persone comuni, quelle per le quali le frasi da startup non significano nulla, ma che potrebbero trarre beneficio dalla tua app o dal tuo prodotto, diventando un altro tassello importante del tuo business: i clienti.

Per venire incontro alle esigenze di tutti, cari imprenditori, giornalisti, personaggi famosi e utenti comuni, oggi si ritorna sui banchi di scuola per imparare il nuovo vocabolario dello startupper.

Il nostro glossario si divide in due parti: la prima definisce i ruoli all’interno della startup, mentre la seconda si riferisce alle frasi da startup di uso comune, che a volte possono sottintendere esattamente il loro contrario.

La startup e la sua gerarchia aziendale

Frasi da startup: il tuo gergo spiega davvero ciò che fai?

Partendo dall’analisi dei ruoli all’interno di una startup, questi si possono riassumere essenzialmente in quattro posizioni principali, ognuna diversa dall’altra, ma ugualmente necessarie.

Il founder, è il fondatore ed imprenditore all’interno della startup. Colui che ha l’idea da mettere in campo e sviluppare: è lui che ha voluto fortemente l’azienda.

Il secondo personaggio è The VC – il Venture Capitalist, colui da persuadere per ottenere il capitale da investire nell’idea del founder e che a volte diventa partner del founder e socio della startup.

Nell’area di sviluppo dell’idea troviamo il Developer, lo sviluppatore di software, di idee e di prodotto. Su di lui il founder ripone le aspettative di successo e di concretizzazione della sua idea. Il Developer parla di user interface e user experience.

Un’idea diventa fruttuosa, però, solo se conosciuta, ecco quindi che entra in campo il Marketer, colui, cioè, che deve vendere e costruire una reputazione e una storia intorno al prodotto creato dal Developer. Di solito è quello con la reputazione peggiore. A lui si affianca o si sovrappone il PR, colui che ha i contatti di tutti i giornalisti. Il Marketer è quello che si occupa di growth hacking.

Vocabolario 2.0, tutti i termini da conoscere per usare correttamente le frasi da startup

Frasi da startup: il tuo gergo spiega davvero ciò che fai?

Ora è necessario approfondire il gergo vero e proprio, i termini, cioè, utilizzati dai professionisti che abbiamo appena analizzato per descrivere la propria attività.

Una piccola premessa: nel mondo startup l’inglese è la lingua ufficiale, ma quasi ogni termine sembra tutto e il contrario di tutto.

  • Fallimento, si traduce come “un insuccesso da celebrare”
  • “Sono un imprenditore seriale”, cioè ho avuto delle idee ma già fallite
  • “Stiamo andando alla grande”, ossia “Stiamo andando malissimo”
  • “Stiamo crescendo del 500% di settimana in settimana”, il punto di partenza però era un utente,
  • “Non stiamo raccogliendo fondi”, invece li stiamo raccogliendo
  • “All’aumentare dei margini è necessario aumentare gli investimenti”, che in pratica significa “stiamo perdendo i nostri soldi e abbiamo bisogno di nuovi finanziamenti”.

Dopo i contrari troviamo i tecnicismi e i modi di dire come:

  • Cashflow positive, flusso positivo dato dalla differenza tra entrate ed uscite
  • Pivot, che sta ad indicare la manovra di cambiamento  di rotta
  • Valutazione pre e post-money, valutazione ipotetica patrimoniale di una startup pre-finanziamento e post-finanziamento
  • Exit, che si realizza in due modi principali: o le quote della società sono vendute sul mercato azionario, coincidendo sostanzialmente con la quotazione in Borsa, o si cedono le quote a un’azienda più grande
  • Lo spazio, un modo fantasioso per definire il luogo di lavoro dove troviamo The Valley, lo spazio perfetto,
  • Oppio, niente droga ma soldi di altri investitori

Infine c’è la frase “Stiamo spaccando!”. In genere è il contrario, chi spacca davvero non lo dice.

Il gergo delle startup è la lingua ufficiale del futuro

Frasi da startup: il tuo gergo spiega davvero ciò che fai?

Se il 2015 è stato l’anno della nascita, dell’invenzione delle nuove tecnologie, il 2016, secondo gli esperti, sarà l’anno in cui il consumatore è al centro e le tecnologie saranno utilizzate per creare una migliore user experience.

I trend annunciati riguardano: l’affinamento delle tecnologie “indossabili” ossia tessuti e accessori tecnologicamente avanzati, ma applicabili a sempre più settori, non solo sport e benessere; incrementare la sicurezza e l’affidabilità dei sistemi in grado di raccogliere i dati dell’utente con lo scopo di rendere non solo l’auto o il telefono smart, ma anche la casa, con un miglioramento del riconoscimento vocale per l’azionamento dei dispositivi.

La sicurezza dei dati virtuali sarà sempre più importante nel campo della privacy, ma anche nel campo della protezione dei dati aziendali. La tecnologia infatti avanza, ma anche le abilità degli hacker. Gli Stati sovrani si appoggeranno sempre più alle tecnologie per proteggere i cittadini da attacchi terroristici con la creazione di smart cities. La sicurezza delle transazioni assumerà sempre più importanza in un modo che va verso la scomparsa delle banche tradizionali, con un sistema completamente digitale che permetterà agli utenti di effettuare pagamenti direttamente attraverso lo smartphone, modalità di pagamento già molto diffusa anche nei paesi in via di sviluppo.

A livello di settori economici quelli più colpiti dalla rivoluzione del 2016 saranno la sanità, dove i big data rappresentano un’importante risorsa per immagazzinare i risultati di analisi e per migliorare gli strumenti di analisi, e la manifattura dove si assisterà al cosiddetto fenomeno di Uberizzazione, in cui le professionalità degli uomini della media produzione saranno sostituiti dalla tecnologia.

Infine si parlerà di auto che si guidano da sole e di aziende private volte all’esplorazione dello spazio come SpaceX.

Insomma è ora di iniziare a guardare alle startup ed al loro mondo con maggiore attenzione se non si vuol essere travolti dal loro sviluppo inarrestabile o restare ammutoliti davanti alle frasi da startup.

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Snapchat, dai video all’editoria tech in Real Life

Snapchat, l’app che ha incantato la generazione dei millennial – e incuriosito il resto del mondo – con i suoi messaggi che si autodistruggono dopo massimo 24 ore, si lancia anche nel campo dell’editoria web con una rivista tech, ma non troppo, Real Life.

La data di lancio è stata fissata per il 27 giugno 2016 presso The Anthology Film Archives, attraverso una serata dedicata a Videodrome, film horror degli anni ‘80, a cui seguirà la vera e propria presentazione della rivista a cura dei redattori.

L’evento è pubblico e gratuito: il consiglio, se vi trovate in zona, è quello di non perdere l’occasione e farci un salto!

Real Life, dal 27 giugno 2016 Snapchat non sarà più la stessa?

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L’annuncio è stato dato direttamente da Snapchat: il 27 giugno aprirà Real Life, la nuova rivista on line a tema tech.

Jurgenson rimarca però che non sarà la solita rivista di recensioni di prodotti tecnologici e nuove uscite, ma le pubblicazioni saranno focalizzate su come la tecnologia ha contagiato e modificato le relazioni, la privacy, la moda, la bellezza e la politica, nonché la vita quotidiana.

Il piano di lancio prevede un articolo al giorno, in cui il testo occuperà la maggior parte dello spazio, almeno per il momento, a cui si potranno aggiungere video e snap solo successivamente.

Ovviamente per l’app del fantasmino Real Life rappresenterà anche nuove entrate pubblicitarie, grazie agli spazi advertising per gli sponsor interessati.

Snapchat sarà l’editore di Real Life, ma la redazione, composta da Rob Horning, Alexandra Molotkow, Sarah Nicol Prickett, Soraya King, sarà indipendente, per dimostrare che social network non significa solo pubblicità, ma anche informazione e notizie.

Tech, ma non troppo

Snapchat, dai video all’editoria tech in Real Life

Un concetto alla base di Real Life sarà quello del dualismo digitale: proprio come l’uomo è composto da carne e anima, così la vita digitale è composta non solo dalla tecnologia e dai social network, ma anche dalla dimensione concreta ed umana della realtà.

Il nome scelto da Snapchat per la sua rivista risulta in assonanza con il nome di un’altra rivista, decisamente differente, REALLIFE, un magazine dedicato all’arte e agli artisti, ma senza una visione troppo tecnica del mondo dell’arte, così che potesse appassionare anche lettori non artisti.

Con la sua Real Life Snapchat vuole proprio ripercorrere questi passi, pensando ad un prodotto editoriale adatto non solo al pubblico nerd o geek, ma anche ad un pubblico appassionato di tech che vuole capirne di più delle nuove tecnologie applicate alla vita quotidiana.

Il primo esperimento con Discover

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Snapchat non è mai stata lontana dal mondo dell’editoria e dell’informazione, lo dimostra la funzionalità Discover presente sull’app: l’utente può iscriversi e consultare le notizie di ogni canale curate dalle grandi redazioni mondiali, dalla CNN a Cosmopolitan o a Vice, e rimanere così costantemente aggiornato su cosa accade nel mondo consultando le riviste a disposizione, i cui contenuti vengono aggiornati ogni 24 ore.

Con Discover sono gli editori a dare importanza alle loro storie, trasformando l’estensione da social media puro a canale di informazione.

L’ultimo aggiornamento rilasciato da Snapchat, infine, ha permesso di inglobare le dirette o i live stream nella sezione Discover al termine della sezione “aggiornamenti recenti”, consentendo così una maggiore interazione con il pubblico e un ampliamento del numero degli utenti interessati, il tutto accompagnato da una grafica aggiornata e più intuitiva.

Snapchat si rinnova, quindi, per trasformarsi da semplice social media a canale di informazione, per interessare anche un nuovo pubblico diverso dai millennial e dai marketing manager.

L’esperimento avrà successo? Aspettiamo di scoprirlo e intanto rimaniamo in attesa di leggere il primo pezzo di Real Life.

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Oltre la Brexit, la disuguaglianza nel Regno Unito

Giovedì 23 giungno 2016, la data che tutti ricorderanno come Brexit: la maggioranza degli inglesi vota per l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa.

È il primo caso in cui uno Stato abbandona l’Europa, ma clausola prevista dall’articolo 50 della Costituzione Europea è considerata diritto per chi decide di appellarvisi. Per la Gran Bretagna si aprono due anni di contrattazioni in vista dell’addio definitivo, periodo caratterizzato anche dalla rinegoziazione di leggi internazionali e trattati che permettano allo Stato di legiferare in modo puntuale sui primi temi che andranno a cambiare con la Brexit: lavoro, immigrazione e rapporti commerciali.

Il “Leave” vince con il 52%, contro il 48% dei votanti a favore del “Remain”, ma le disparità delle zone di voto e la divergenza di opinioni soprattutto nelle capitali e tra i giovani, fanno già parlare di Begret e di voglia di rimanere cittadini europei.

Brexit, il voto non è solo questione di politica

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Con 17.410,74 preferenze contro le 16.141,241 il “Leave” vince portando la Gran Bretagna in piena Brexit, ma, oltre ai pentiti, chi ha votato per lasciare l’Unione?

Il voto a favore della Brexit non è stato solo un voto guidato da scelte politiche, ma ha visto schierare in campo anche usi, costumi e senso di appartenenza, una scelta che va molto oltre la crisi economica e finanziaria, trasformando un referendum popolare nell’espressione di un voto di protesta.

Sicuramente la crisi finanziaria che ha colpito gli Stati Europei dal 2000 ad oggi ha contribuito ad accrescere il malcontento e la platea dei cittadini a favore della Brexit, votanti che hanno visto un’oscillazione dei loro salari e che stanno stringendo la cinghia da diversi anni a causa di una diminuzione degli standard di vita.

Le radici del voto di abbandono, però, secondo alcuni analisti risalirebbero più indietro nel tempo, agli anni ‘80 e alla politica attuata nelle aeree più povere del Paese che hanno dovuto sopportare i costi più alti di scelte sbagliate.

Uno su tutti si classifica come il dato che meglio identifica i soggetti a favore della Brexit: i cittadini che si trovano nelle aree più povere del Paese, intesi  cioè come i cittadini che guadagnano meno e che per alcuni periodi storici ed economici sono stati poveri, zone geografiche dove la pressione economica sulle famiglie è elevata, così come importante è il numero dei giovani che non si costruiscono una carriera frequentando l’università.

La differenza di trattamento e di sviluppo tra le diverse aree geografiche ha portato a una diversa distribuzione dei votanti, soprattutto per ideologie e convinzioni. Le grandi città, infatti, hanno votato per il “Remain”.

Bregret, c’è già chi vuol tornare ad essere cittadino europeo

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Da domenica mattina sono comparsi, legati al caso Brexit, due nuovi termini: Bregret o Regrexit, sinonimi di una nuova volontà emersa soprattutto tra i giovani e all’interno delle grandi città, sfociati in una petizione online per indire un nuovo referendum a favore della ridiscussione del risultato a favore della Brexit.

La petizione è sottoscrivibile on line e solo nella mattinata di domenica ha raccolto più di 3 milioni di firme, molto più di quelle necessarie affinché la richiesta venga presa in esame dal Parlamento.

Il corpo della petizione consta nella richiesta dei sottoscrittori al Governo britannico di approvare una legge per cui se la vittoria è dichiarata da una maggioranza inferiore al 60% e il numero dei votanti inferiore al 75% della popolazione, è necessario indire un secondo referendum, condizione palesata dai risultati del referendum riguardante la Brexit.

La petizione indetta da William Oliver Healy ha trovato subito terreno fertile tra i pentiti, coloro cioè, che, votando per protesta e avendo visto le conseguenze del “Leave”, avrebbero voluto una macchina del tempo per tornare indietro e cambiare la crocetta sulla propria scheda. Ma si schierano in questo senso anche i giovani scesi in piazza in segno di protesta contro la Brexit e i cambiamenti che porterà nei loro progetti futuri e le grandi città, tanto che Londra vorrebbe dichiararsi indipendente e riannettersi all’Unione Europea.

Fatto sta che alcune scelte, fatte troppo alla leggera portano a conseguenze inaspettatamente catastrofiche e il brutto è che non si può sempre tornare indietro.

Dall’economia all’immigrazione ecco cosa cambierà

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Intanto è Brexit e le prime conseguenze si fanno sentire, le borse internazionali in profondo e continuo rosso e l’esclusione della Gran Bretagna dall’assemblea dei capi di stato prevista per fine mese.

Queste possono, però, essere considerate conseguenze a breve termine. Ciò che invece preoccupa il mondo e gli stessi inglesi sono i piani futuri per l’economia, l’immigrazione e il lavoro.

Innanzitutto le conseguenze di maggior rilievo si avranno nel campo dell’assetto economico e politico dello Stato, con le dimissioni di Cameron ed un periodo di recessione ed austerity che vedrà un deprezzamento della sterlina con conseguente rallentamento della crescita economica e degli scambi, per non parlare del trasferimento delle più grandi banche mondiali con sede a Londra, che avrebbero già chiesto il trasferimento delle filiali dalla City.

Per quanto riguarda i cittadini non più europei, sarà necessario avere visti di lavoro, studio o di viaggio per potersi muovere nel vecchio continente, con il rischio per gli espatriati di dover tornare in patria e viceversa per gli stranieri risiedenti a Londra, tra cui un elevato numero di italiani che per rimanere sotto la regina dovranno chiedere residenza o cittadinanza.

Per coloro per cui la Gran Bretagna era il sogno del futuro, sarà necessario avere un lavoro prima di partire e di decidere di risiedervi, in modo da avere un visto di lavoro sponsorizzato da chi li assumerà.

Infine il grande tema dei viaggi prima liberi grazie allo spazio unico europeo che dalla Brexit in avanti non potranno godere di questo privilegio e che dovranno essere sottoposti a leggi internazionali, con conseguente rischio soprattutto per le compagnie aeree low cost con base in Gran Bretagna: l’unica strategia a disposizione di easyJet (Londra) e Ryanair (Irlanda del Nord) sembra essere quella di aumentare le tariffe diminuendo gli investimenti per rimanere sul mercato.

Una cosa sembra poter ancora rincuorare: gli inglesi che vedono in prima persona le conseguenze della Brexit e dell’immigrazione non considerano gli altri cittadini residenti nel Paese come stranieri, anzi sperano che le comunità di europei presenti rimangano al loro posto.

Brexit, Regrexit o Bregret, si tratta per il momento di prendere atto della totale confusione e del radicale cambiamento, unico nel suo genere, nello scenario europeo.

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Chatbot, sistemi di messaggistica con un’anima

Chatbot è il nuovo amico di penna 2.0, un’interfaccia informatica in grado di rispondere correttamente e coerentemente con le domande dell’utente per un’interazione tutt’altro che robotica.

Un chatbot, insomma, è un qualsiasi software che dialoga con intelligenza umana.

La diffusione di questi nuovi software si deve al sempre più ampio utlizzo delle app di messaggistica istantanea che fondano sull’interazione one-to-one la loro ragione d’essere, in cui, cioè, scrivere o comunicare cosa si cerca in modo testuale e a volte gergale produce il risultato desiderato dall’utente, come un vero e proprio assistente virtuale.

Questa nuova opportunità si è già fatta strada tra i grandi brand, e non solo chi è nato per messaggiare come Facebook, ma anche in marchi prestigiosi di moda e eCommerce.

Serve anche un’anima, non solo un cervello

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I chatbot non sono, – e non possono essere considerati – solo software programmati per interagire con l’utente, ma rappresentano assistenti virtuali, operatori di call center e assistenti alle vendite, amici informati, con cui dialogare con un linguaggio umano, caratteristica che li differenzia profondamente da semplici distributori automatici intelligenti.

Programmare un chatbot non significa essere soltanto dei bravi smanettoni, ma vuol dire anche conoscere le dinamiche della coscienza umana e delle relazioni o degli interessi, programmando secondo quello che si chiama consciousness design.

Le componenti che fanno di un semplice bot un chatbot sono essenzialmente quattro:

  • personalità e valori: un chatbot degno di questo nome è il più simile possibile ad una persona in aspetti come esclamazioni o nell’esprimere emozioni attraverso l’utilizzo di parole gergali o modi di dire
  • voce: è importante che il chatbot sia in grado di parlare con una voce il più possibile naturale e con termini di uso comune e semplici, programmato per rispondere alle domande più frequenti
  • design: un chatbot non deve essere solo funzionale e correttamente programmato, ma, come un vero amico, deve presentare tratti somatici riconoscibili e avere un approccio informale, seppur professionale, nel dialogo. Infine è necessario che abbia un nome facilmente pronunciabile e ricordabile dall’utente come Mezi
  • empatia: un chatbot può essere considerato un assistente personale nel momento in cui l’utente deve fare un acquisto o è alla ricerca di risposte, ma è anche in grado di giocare un ruolo fondamentale nella customer care. Un cliente, infatti, si trova più a suo agio a lasciare feedback riguardanti l’azienda al suo bot personale che a un dipendente reale.

Proprio quest’ultimo punto rende i chatbot gli strumenti più desiderati dai grandi brand per costruire un rapporto continuativo con i clienti.

Da Facebook a Microsoft per tutti i grandi brand è chatbot-mania, nonostante qualche insuccesso

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Chatbot, per i brand, significa nuova frontiera della user experience, un mondo in cui le chat diventano il cuore di richieste e di engagement verso nuovi clienti o addicted.

Brand anche molto diversi tra loro stanno sviluppando bot in grado di rispondere alle domande dell’utente se stimolati, attraverso l’utilizzo di app di messaggistica già disponibili come Facebook Messenger, Kik, Slack o WhatsApp.

Con l’evoluzione di Internet, le chat e i dialoghi si stanno sempre di più affermando come motori di ricerca in cui l’utente può domandare direttamente a qualcuno per le sue necessità, ricevendo risposta da parte di bot completamente programmati per risolvere il problema o trovare alternative valide.

Ma il consumatore cosa ne pensa? I chatbot non sono il male, se l’utente è in grado di trovare le risposte che cerca in minor tempo, riuscendo anche ad avere sconti o divertendosi, ma è importante tenere presente che la componente umana del dialogo è ancora fondamentale per una customer care efficace.

Citando alcuni esempi di chatbot o iniziative che coinvolgono i nuovi software non ci si può sicuramente dimenticare di Facebook, neo entrato, e di Microsoft, epic fail del settore.

Per il social gestito da Mark l’entrata nel mondo chatbot significa la possibilità per i brand di utilizzare Facebook Messanger come strumento di connessione e conversazione con i loro clienti, coinvolgendo un bot in grado di interagire in modo naturale con l’utente; questo è possibile soprattutto grazie alla possibilità che Messanger lascia al programmatore nel plasmare un chatbot fuzionale alla app, con il vantaggio di regalare un’esperienza unica a chi vi dialoga, soprattutto in casi come la customer care o la richiesta di informazioni.

Se Facebook rappresenta un caso di successo, la storia dei bot non può sicuramente dimenticarsi di Microsoft e del suo Tay, nato e morto in pochissimo tempo. Il chatbot creato dal colosso informatico voleva essere un assistente tuttofare e onnisciente, in grado di dare informazioni all’utente su diversi campi, dai viaggi alla tecnologia, ma cosa più importante, programmato per codificare e parlare il gergo dell’utente.

L’epic fail si ha quando il bot, animato da vita propria, inizia a pubblicare Tweet e commenti scandalosi, razzisti ed offensivi. C’è chi parla di errore di programmazione e chi di pirati informatici fatto sta che Microsoft ha dovuto scusarsi pubblicamente e spegnere la sua creatura.

ConvComp2016 il primo evento italiano sui chatbot

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Se chatbot è ormai una parola comune nel resto del mondo, in Italia si è meno informati sulla nuova tecnologia e sui suoi sviluppi o utilizzi. Ecco perché lo scorso giugno, a Milano, si è tenuto per la prima volta in Italia un evento, ConvComp2016, a tema Conversational Computing e Chatbot presso lo spazio Venini24, per orientare i nuovi programmatori e le aziende, protagoniste di un cambio radicale nel loro rapporto con i clienti.

I temi che si sono affrontati hanno spaziato dalle app di messaggistica istantanea al ruolo del chatbot come assistente virtuale che risponde a comandi vocali, alla chat intelligente che sa esattamente cosa vuoi e ti risponde per ciò che chiedi, e infine come programmare un chatbot funzionale che, oltre ad essere programmaticamente corretto, abbia anche un vocabolario degno per sostenere una conversazione.

Un’ultima curiosità: il primo chatbot della storia era femmina, ELIZA (1966) creato solo per simulare una conversazione virtuale.

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Emozione, brand e prodotto: gli ingredienti per un Corporate Storytelling di successo

C’era una volta l’advertising, la pubblicità con cui il brand presentava al mercato il suo nuovo prodotto, con tanto di caratteristiche e utilizzo, per incrementare le vendite. Ma nel mondo di oggi in cui i social, la condivisione, la rapidità di informazione hanno superato i media tradizionali, la pubblicità non è più abbastanza. Ecco quindi che si afferma, sempre più rapidamente, l’importanza del Corporate Storytelling.

Fare Corporate Storytelling significa, appunto, raccontare la storia della propria azienda o del proprio prodotto. Un racconto, però, in grado di differenziare in modo puntuale il proprio brand dai concorrenti.

I giusti ingredienti nella nostra storia diventano: un buon protagonista, un buon copy e una buona immagine o grafica e infine la giusta dose di emozioni e valori condivisi, in grado di coinvolgere il cliente in modo più profondo.

Il Corporate Storytelling, in alcuni casi, diventa il fattore di successo o insuccesso del brand, che può decidere di puntare tutto sulle emozioni, o far scendere in campo anche il prodotto.

Emozionare prima di tutto, quando il Corporate Storytelling non punta tutto sul prodotto

Emozione, brand e prodotto gli ingredienti per un Corporate Storytelling di successo

Guinness e New Bell of South Africa hanno puntato tutto su un Corporate Storytelling fondato sulle emozioni, anzi, più specificatamente sulle emozioni e i valori condivisi con il cliente che acquista i loro prodotti: birra e liquore sono messi in secondo piano rispetto al piacere di berli in compagnia.

Nel caso della birra irlandese, le storie prese in considerazioni sono due: la prima è il celebre filmato con protagonisti dei ragazzi che giocano a basket in sedia a rotelle, alla fine del video si scopre che solo uno di questi è davvero disabile, gli altri si sono affidati alla disabilità solo per poter giocare tutti insieme. La Guinness compare solo in chiusura per coronare il piacere di bere una birra con gli amici accompagnata dal famoso claim “ The choices we make reveal the true nature of our character”, vale a dire sii la miglior persona che puoi essere e bevi la migliore birra sul mercato.

La seconda storia della nostra amata birra racconta di una barista che lascia ogni sera un bicchiere pieno di Guinness ad un tavolo vuoto, non permettendo a nessuno di avvicinarsi. Una sera, però, le speranze della protagonista vengono esaudite e un soldato, tornato dall’impegno militare, si accomoda e gusta la sua birra. Anche in questo caso lo spot si conclude con il celebre claim, che questa volta vuol accomunare la forza d’animo e le scelte determinate dei due personaggi.

Il secondo brand di questa categoria è New Bell of South Africa: lo schotch non è un liquore qualsiasi, ma diventa il mezzo per festeggiare un padre che ha imparato a leggere solo per gustarsi il libro del figlio. Qui lo scenario, le musiche la fotografia contano per far emozionare ancora di più lo spettatore che alla fine si immedesima nei protagonisti e, per la gioia di condividere il traguardo raggiunto, vorrebbe festeggiare con la famiglia riunita.

Brand e prodotto, un connubio da non sottovalutare se si fa Corporate Storytelling

Nonostante le emozioni contino in un Corporate Storytelling efficace, non bisogna mai dimenticarsi del prodotto che l’azienda offre e Google, Dawn e Lego fanno scuola.

La prima storia racconta della capacità di Google di dare risposte alle domande dei suoi utenti, come anche far ritrovare due persone che, a causa degli eventi della vita, non si vedevano né sentivano da tantissimo tempo. In questo filmato Google ci dice come, attraverso la sua capillarità e completezza di informazioni, ogni sogno e desiderio siano realizzabili.

Dawn, invece, racconta uno dei temi più cari al giorno d’oggi, l’ecologia, e lo fa mettendo al centro il suo prodotto, uno sgrassatore così efficace, ma rispettoso dell’ambiente, da essere in grado di ripulire gli anatroccoli dal petrolio. Ecologia, cuccioli e prodotto, cosa c’è di più efficace per farsi ricordare?

Ultimo il caso Lego e la sua pubblicità per The Lego Movie. Il segreto di questo successo è che il brand di costruzioni giocattolo non si è limitato a fare un banale trailer, ma ha costruito un cortometraggio e quindi un Corporate Storytelling anche per annunciare il suo film. Questo ha dato modo di far entrare in confidenza lo spettatore con il mondo Lego attraverso il racconto di piccole storie, ironiche e divertenti, da ricordare.

Storytelling interattivo, una nuova tecnica per lasciare le decisioni in mano al cliente

Emozione, brand e prodotto gli ingredienti per un Corporate Storytelling di successo

E se il nemmeno il semplice Storytelling dovesse bastare arriva in soccorso dei brand il Corporate Storytelling interattivo, un concatenarsi di scene e parole che lasciano in mano all’utente la facoltà di scelta, aumentandone il coinvolgimento e incrementandone l’attenzione.

Il racconto interattivo si basa sul design interattivo, a disposizione del brand per enfatizzare i concetti e le scene più importanti su cui vuole che lo spettatore si concentri. Quindi al di là di un semplice scorrimento di slide, verso un vero e proprio racconto interattivo che ponga sempre di più l’utente al centro.

Il risultato? Meno noia e più brand in top of mind.

Piccola curiosità: esiste un evento che premia i Corporate Storytelling più riuscitiThe Brand Storytelling Awards, giunto alla terza edizione, premia nel contesto italiano dell’università IULM, i tre progetti più validi nell’ambito del Corporate Storytelling in campo di Product, Corporate, Employer o Marketing Territoriale. Ad ottobre verranno proclamati i vincitori per quest’anno.

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Barbie curvy: politically correct o strategia di marketing?

Quest’anno Barbara Stefania Roberts compie 59 anni. Meglio conosciuta come Barbie, si può considerare tutt’altro che una vecchietta in pensione.

Dalla sua nascita nel 1959, Barbie è sempre stata un’icona di stile e una valida rappresentate delle diverse epoche storiche in cui ha vissuto, grazie alle continue trasformazioni che l’hanno caratterizzata negli anni e alla capacità – sua e dell’azienda produttrice – di adattarsi alla contemporaneità, tanto che il Mudec (Museo delle Culture di Milano) le ha dedicato un’intera mostra, che ripercorre quello che Barbie è stata ed è per le diverse generazioni di bambine e non solo.

Proprio come le donne vere, anche Barbara è cambiata negli anni: dagli outfit alla parola, fino ad una vera e propria trasformazione fisica. Nel 2016 Mattel, brand produttore della famosa bambola, annuncia il lancio di Barbie curvy, petite e tall.

Barbara Stefania Roberts, icona di stile

9 marzo 1959, è questa la data di nascita di Barbie, forse la più famosa creazione Mattel.

La sua storia inizia quando Ruth, moglie di Elliot (la sillaba “el” dello storico marchio), inizia a desiderare di cambiare il mondo della bambola tradizionale, da figlia adorata a modello identificativo per le bambine dell’epoca. Di ritorno da un viaggio in Svizzera, Ruth porta con sé quella che può essere considerata la mamma di Barbie, Lilli, celebre personaggio protagonista dei fumetti tedeschi.

Da allora Barbie ha sempre rappresentato un’icona per il mondo infantile e non, perfett modello dei tempi, delle mode, dei mestieri, paladina di amicizia e relazioni, in grado di essere la protagonista di decine di milioni di storie, oltre che fidata modella di stilisti e personaggi famosi in tutto il mondo.

Le critiche principali mosse fin da subito a Mattel sono quelle riguardanti la creazione di un modello di bellezza stereotipato, che non rispecchia la realtà, nonché l’accusa di “furto di infanzia” legata al fatto che la Barbie rappresenta una visione troppo adulta del mondo; sta di fatto che, già al suo debutto, Barbie ha il successo assicurato, con 350mila bambole vendute nel 1959.

Barbie prende vita: Hello Barbie e la questione della privacy

Barbie curvy: politically correct o strategia di marketing?

Hello Barbie, la Barbie bella e con il cervello, in grado di pensare e di intrattenere una conversazione con chiunque le parli, è una novità nel mondo Mattel che sconvolge e porta con sé non poche polemiche.

La storia vuole che la piccola Toby, figlia del capo software della Pixar Jacob, chiese al padre di poter parlare con Barbie. Nel 2011 Jacob, cuore di papà, coinvolse l’amico e collega ingegnere Martin Reddy nella fondazione di ToyTalk, startup oggi milionaria impiegata nella creazione di programmi come PullString per dar voce ai giocattoli, software alla base anche di Hello Barbie.

La nuova Barbie pensante e parlante è dotata di una sorta di sistema di storage di informazioni che vengono richiamate per rispondere con frasi di senso compiuto, attraverso un algoritmo che ne decifra la richiesta e ricerca la risposta nel momento esatto in cui un bambino le pone una domanda, il tutto funzionante attraverso un collegamento wi-fi.

Anche questo cambiamento ha portato con sé, come sempre, qualche polemica: in questo caso sono i genitori a ribellarsi contro Barbie, accusando Mattel e ToyTalk di archiviare senza permesso le conversazioni dei figli con la bambola, violando le norme di privacy. ToyTalk però si difende dichiarando che un genitore può riascoltare le conversazioni intrattenute dai figli con Barbie per decidere di cancellarle, anzi, sottolinea che Hello Barbie può divenire un supporto al genitore, che può intervenire nell’educazione del figlio una volta riascoltato il dialogo, soprattutto perché la bambola viene vista come una confidente ed amica dai suoi piccoli amici, creando con il bambino un clima sereno e confidenziale anche su argomenti delicati o segreti.

LEGGI ANCHE: La campagna LEGO per le giovani menti del futuro

Barbie Curvy, Petite, Tall, 6 tonalità di pelle, 19 colori degli occhi. È arrivato il cambiamento?

Barbie curvy: politically correct o strategia di marketing?

28 gennaio 2016, la copertina del Time recita: “E ora possiamo smetterla di parlare del mio corpo?”. Nessuno scoop particolare, se non fosse che a pronunciare questa frase non è una modella qualunque, ma l’icona della moda per eccellenza: Barbie.

Mattel ha infatti in programma durante quest’anno di lanciare la Barbie cury, petite e tall, cambiandole carnagione, fino a 6 tonalità, variando in 19 opzioni il colore degli occhi e pettinandole in 20 modi diversi i capelli. Il tutto è coperto da segreto, tanto che la strategia si è trasformata in un vero e proprio progetto segreto, il Progetto Dawn.

Cosa c’è di bello nella nuova Barbie e nella strategia di Mattel? La bambola punta ad adattarsi ad un pubblico più ampio di consumatori, stravolgendo il mito della bellezza bionda, alta e magra.

Dov’è il lato brutto del nuovo progetto Mattel? La Barbie nasce per sfilare, per essere vestita e svestita cambiandone di continuo abiti e accessori, ma una Barbie curvy e una original non potranno sicuramente scambiarsi i vestiti come buone compagne di stanza.

La domanda quindi sorge spontanea, perché creare una nuova linea di bambole? Un piccolo indizio: Mattel ha registrato un calo delle vendite del 20% dal 2012 al 2014, vendite che hanno continuato a scendere anche nel 2015, colpevole anche Hasbro, che ha strappato alla concorrenza l’esclusiva sulle principesse Disney (circa 500 milioni di dollari di vendite). Qualcosa di nuovo, insomma, era più che necessario.

Per Mattel il 2016 rappresenta un nuovo 1959, la creazione di una nuova bambola rivoluzionaria in grado di far sognare bambine di tutte le generazioni con un look contemporaneo.

Per il momento le nuove Barbie sono acquistabili solo online, soprattutto per motivi logistici e di distribuzione: per i commercianti è necessario un cambio totale sugli scaffali per ospitare le confezioni di varie misure.

Barbie non è più la stessa? Staremo a vedere se nell’immaginario comune Barbie rimarrà l’iconica bionda o se diventerà anche un po’ mora, un po’ curvy, un po’ bassa o un po’ asiatica e se la scelta del politically correct riporterà Mattel sulla cresta del successo.

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L’ultima impressione è quella che conta: fatti ricordare dopo un colloquio di lavoro

Come direbbero gli inglesi, da job interview si sta passando sempre più ad un job dialogue, in cui sia il reclutatore che il candidato hanno il compito di fare domande per capire meglio chi hanno davanti.

Sembra, infatti, che i recruiter si aspettino ormai, da parte del candidato, richieste riguardanti le skill necessarie, il team di lavoro o il profilo aziendale.

L’importante, comunque, è essere incisivi e farsi ricordare, per farsi scegliere tra tutti i curriculum ricevuti e confermarsi adatti per quel preciso posto.

Colloquio di lavoro: il primo passo verso un nuovo impiego

L’ultima impressione è quella che conta: fatti ricordare dopo un colloquio di lavoro

Squilla il telefono, finalmente l’azienda dei nostri sogni ci ha chiamato e ci ha convocato per il primo colloquio.

Primo errore: il primo colloquio è quello che ci è stato fatto al telefono in sede di chiamata. In questa occasione, infatti, il reclutatore misura sommariamente, dal tono alla cordialità, tutto quello che è necessario per capire se il posto di lavoro vacante sia adatto a noi; importante, quindi, è rispondere con calma e in un luogo isolato che ci permetta di avere un dialogo chiaro e tranquillo con chi sta dall’altra parte della cornetta.

Una volta superato lo scoglio della chiamata è ora di presentarsi (puntuali!) all’appuntamento.

Qui lo scenario potrebbe essere duplice: colloquio singolo o colloquio di gruppo, in entrambi i casi non solo il candidato è sotto pressione, ma anche il futuro datore di lavoro, in quanto incaricato di scegliere una persona adatta all’organico e all’azienda, individuando i pregi e difetti di chi gli sta di fronte. Importante: non parlare subito di compenso e prepararsi ad approfondire il proprio CV, portandone anche una copia stampata all’incontro.
Nel caso di colloquio di gruppo, la volontà dell’interlocutore è quella di misurare il candidato sulle sue capacità di team building e di problem solving, importante quindi dimostrare di saper lavorare in gruppo per raggiungere l’obiettivo dimostrandosi anche collaborativi e proattivi.

Infine, durante il colloquio, è necessario che il candidato si giochi al meglio le sue carte mettendo in luce il suo obiettivo professionale e le sue doti idonee al posto di lavoro in questione. Prepararsi in modo adeguato è un must: raccogli informazioni sull’azienda e sulla mansione ricercata, sarai in grado di sostenere il dialogo nel migliore dei modi.

Ultimo consiglio: vestiti in modo adeguato! È importante presentarsi ad un colloquio di lavoro puliti e pettinati, con i vestiti adatti, limitando qualsiasi accessorio o capo troppo stravagante. Questo è ancora uno dei casi in cui “l’abito fa il monaco”.

Scopri se sei quello giusto, chiedi al tuo datore di lavoro le caratteristiche del candidato perfetto

L’ultima impressione è quella che conta: fatti ricordare dopo un colloquio di lavoro

Parola d’ordine skill: riuscire a scoprire di essere quello giusto indagando sulle competenze richieste per quel posto di lavoro e mostrando anche i tuoi lati deboli. Questo ti permetterà di capire se sei il candidato perfetto o se il colloquio di lavoro può rappresentare per te solo una perdita di tempo. Tra le skill contano sia quelle strettamente lavorative che quelle legate alla sfera personale e caratteriale.

Una volta validate la competenze, è importante conoscere quale sarà il ruolo che andrai a ricoprire e come questo si evolverà nel tempo, un forte segnale di quello che potrebbe essere la prospettiva di carriera nell’azienda in questione e una conferma della tua volontà di rimanere a lungo una volta selezionato.

Ultimo step, entra in empatia con il reclutatore: chiedigli qual è la cosa che preferisce lavorando lì, come si presenta la tipica giornata lavorativa e se ha bisogno di altre informazione per assumerti.

Ricordati sempre di essere propositivo e interessato chiedendo i traguardi aziendali in previsione e parlando delle notizie aziendali di cui sei venuto a conoscenza.

Team e company profile, informati su chi saranno i tuoi colleghi e sugli obiettivi aziendali

L’ultima impressione è quella che conta: fatti ricordare dopo un colloquio di lavoro

Una volta fatta l’analisi del tuo profilo, è importante passare ad approfondire l’ambiente di lavoro in cui andrai a collocarti facendo domande riguardo il team e i suoi componenti e il profilo aziendale.

Le domande, ad esempio, dovrebbero riguardare: la gerarchia aziendale con cui ci si rapporterà e il rapporto di collaborazione con il manager a cui si risponderà direttamente, il team di lavoro, con la richiesta di poter incontrare gli altri colleghi o qualcuno di particolarmente significativo all’interno dell’azienda per il ruolo a cui ti stai candidando, il ruolo aziendale.

Qual è il grado di turn-over e la possibilità di crescita del ruolo stesso, e le politiche aziendali? Quanto e come l’azienda si preoccupa dei conflitti sul luogo di lavoro, della crescita dei suoi dipendenti e della valutazione del loro successo?

Per completare la foto dell’azienda è necessario capire di più sul profilo aziendale, quindi sulla sua cultura e l’ambito in cui si sviluppa, partendo dalla mission e dalla vision per arrivare ai competitor e ai problemi che sta fronteggiando ora, così da dimostrarti interessato e da raccogliere più informazioni possibili.

Prima di congedarti ricordati sempre di chiedere quanto dura mediamente l’iter di assunzione così da essere preparato ad affrontare i giorni di attesa!

Una curiosità, secondo la Nuvola del Lavoro, nel 2015 le specializzazioni più richieste dal mercato si dividevano tra quelle del settore tecnologico e quelle del settore commerciale ed economico, con un’unica caratteristica comune: la ricerca di un elevato tasso di specializzazione dei canditati nelle competenze.

La conclusione non può che essere una: in bocca al lupo!